Kilimanjaro, una notte di luna piena sul tetto dell’Africa
Dalla foresta equatoriale ai 5.895 metri di Uhuru Peak, la spedizione del CAI Bardonecchia percorre la Lemosho Route tra pioggia, paesaggi vulcanici e cieli sconfinati. Un viaggio di fatica e meraviglia, scandito dalle voci delle guide e dall’intesa del gruppo, fino alla salita sotto la luna piena e agli abbracci sul tetto dell’Africa. Il racconto di una vetta raggiunta insieme e delle emozioni che rendono ogni passo parte dell’avventura.
All’inizio ci sono le voci delle scimmie sopra una tenda. Alla fine, gli abbracci e le lacrime a quasi seimila metri. In mezzo, una foresta grondante di pioggia, tramonti su un mare di nuvole, una chitarra country su una parete africana e una lunga notte in cui il mondo si restringe alla misura di un passo.
La spedizione del CAI Bardonecchia al Kilimanjaro comincia così: non con la vetta, ma con l’ingresso in un mondo che cambia ogni giorno. La Lemosho Route, scelta per la salita, diventa il filo di un viaggio attraverso paesaggi diversi, fino ai 5.895 metri dell’Uhuru Peak. Le date sono state pensate per affrontare l’ultima ascesa con la luna piena. Quando arriverà quella notte, la sua luce accompagnerà il gruppo ben oltre le aspettative.
La montagna comincia nella foresta

Al Lemosho Gate arriviamo dopo circa cinque ore di autobus, una sosta per recuperare i portatori e gli ultimi acquisti per completare l’equipaggiamento. Ci sono i permessi da verificare, le registrazioni, un pranzo veloce. Sono già le quattro del pomeriggio quando ci mettiamo in cammino.
La prima tappa è breve, ma basta a lasciarci alle spalle il mondo da cui veniamo.
Una pioggerellina insistente ci accompagna nella foresta equatoriale. Le piante tropicali riempiono lo spazio; in alto, gruppi di colobi si rincorrono tra i rami. La pioggia attenua i rumori e invita al silenzio. Camminare senza parlare, ascoltando soltanto la foresta, diventa il primo vero piacere del viaggio.
Al Mti Mkubwa Camp troviamo le tende già montate. Qui impariamo il ritmo che scandirà le nostre giornate: sistemazione, cena, controllo dello stato di salute e della saturazione di ossigeno nel sangue, indicazioni per la tappa successiva. Poi il sacco a pelo.
Sopra la tenda, mentre cerco di addormentarmi, le scimmie continuano a richiamarsi e a litigare.
Un continente di paesaggi

La mattina seguente partiamo prima delle otto. Il gruppo è compatto, motivato: si chiacchiera, si scherza, si scambiano racconti. Per un tratto ci avvolge ancora la foresta, poi il paesaggio comincia a cambiare.
Intorno ai tremila metri, la vegetazione si abbassa e si apre. Entriamo nella brughiera: eriche, lobelie, arbusti, forme nuove che accompagneranno i giorni successivi. Dopo una pausa allo Shira I Camp, proseguiamo verso Shira II lungo un tratto più dolce. Davanti a noi compare la sagoma del Kilimanjaro, ancora incappucciata dalle nuvole.
È all’arrivo che il cielo si apre.
A ovest, il sole tramonta sul monte Meru. In basso, una distesa di nubi nasconde gli insediamenti e separa il nostro cammino dalla vita della pianura. Anche il Kilimanjaro si libera, finalmente, e mostra la sua mole maestosa.
Tra qualche giorno saremo lassù. Per ora possiamo soltanto guardarlo.
Salire, scendere, imparare il ritmo
La tappa verso la Lava Tower ci porta a 4.600 metri. La vegetazione si dirada fino a lasciare spazio a pietre, polvere e rocce vulcaniche. Dopo l’esuberanza della foresta, questo deserto alpino sembra appartenere a un altro viaggio.
La torre di roccia segna il punto più alto della giornata. Poi torniamo a scendere verso il Barranco Camp, sotto una pioggia che rende insidiose le pietre.
È durante la discesa che incontriamo i seneci giganti: sagome robuste, quasi alberi, che emergono tra gli arbusti. La guida ci racconta l’età di alcune piante e i tempi lunghi della fioritura delle lobelie. Ci fermiamo a osservare un ambiente che ha qualcosa di familiare e, insieme, di profondamente insolito.

Il giorno dopo, il sole torna a illuminare il Barranco Wall. Dal campo la parete sembra chiudere la strada; avvicinandoci, scopriamo il sentiero che la attraversa tra rocce e cenge. In alcuni punti appoggiamo le mani per aiutarci a salire.
Poi ci fermiamo. Non per la fatica: per il traffico.
Escursionisti e portatori affollano il passaggio, fino a creare un ingorgo. Nell’attesa si comincia a parlare con chi ci sta accanto. Arrivano storie da paesi lontani. Un ragazzo del Colorado tira fuori una chitarra e intona il country di John Denver, seguito da quanti lo circondano: “Country roads, take me home / To the place I belong/…”.
Tra tutte le scene immaginate prima della partenza, questa non c’era: un piccolo concerto sospeso sulla via del Kilimanjaro.
L’attesa della notte

Superato il muro, proseguiamo tra valloni vulcanici, discese e risalite fino al Karanga Camp. Arriviamo poco dopo le tredici. Il pomeriggio si distende tra chiacchiere, carte, letture e sonnellini.
Anche questo tempo quieto fa parte della salita.
La tappa successiva ci porta al Barafu Camp, a 4.673 metri. Camminiamo su pendii sabbiosi disseminati di pietre vulcaniche; il Meru continua ad affacciarsi sopra le nuvole. Il Kilimanjaro, invece, è ormai la presenza che domina ogni sguardo.
Al campo pranziamo e ci infiliamo nelle tende. La cena è alle 17:30, poi proviamo a dormire ancora. La sveglia arriverà alle undici di sera.
La vetta non è più un appuntamento lontano. È ciò che ci aspetta appena fuori dal sacco a pelo.
Venti passi al minuto
Partiamo poco dopo mezzanotte, in fila dietro alle guide. Le frontali illuminano il sentiero, ma sopra di noi il cielo è limpido, stellato, rischiarato da una splendida luna piena. La temperatura è di cinque o sei gradi sotto lo zero; non c’è vento.

Ci aspettano circa milleduecento metri di salita.
Procediamo lentamente. Intorno ai cinquemila metri il respiro si fa corto, i piedi avanzano uno dopo l’altro con un ritmo di venti, venticinque passi al minuto. Non serve pensare all’intero dislivello: basta continuare.
Le guide si scambiano richiami e intonano canti. Le loro voci ci accompagnano, offrono un ritmo, ci aiutano a non ascoltare soltanto la fatica.
Lungo il percorso vediamo anche escursionisti che si fermano e tornano indietro con le loro guide. Nei giorni precedenti abbiamo osservato gli elicotteri del soccorso portare persone a valle. La quota non è uno sfondo: è una presenza concreta, con cui ciascuno deve fare i conti.

Verso le cinque e mezza l’orizzonte comincia a tingersi di rosso. Dopo ore trascorse nel buio, la luce rivela il paesaggio che ci circonda. Continuiamo a salire, con il respiro corto e i piedi pesanti. Poco prima delle sette raggiungiamo Stella Point, a 5.732 metri.
La vetta è ormai vicina, ma non sembra voler arrivare. La cresta sale più dolcemente eppure questi ultimi centosessanta metri sono i più faticosi. Ogni curva sembra quella decisiva; oltre, ne compare un’altra. Abbiamo camminato tutta la notte e adesso vorremmo soltanto essere là.
Alle 7:30 raggiungiamo i 5.895 metri dell’Uhuru Peak.
Ce l’abbiamo fatta. E siamo arrivati tutti.
È questo a rendere l’emozione ancora più grande. Ci abbracciamo, piangiamo, non riusciamo a contenere la felicità. Per ore abbiamo misurato le forze, controllato il respiro, cercato un ritmo che ci permettesse di continuare. Ora possiamo finalmente lasciarci andare. Non c’è più una curva da superare, non c’è un altro tratto da affrontare prima della cima: siamo qui, insieme, sul tetto dell’Africa.
Gli abbracci racchiudono anche i giorni che ci hanno portati fin quassù: la pioggia nella foresta, le chiacchiere lungo il sentiero, le attese, il riposo cercato nelle tende. E poi quella lunga notte, i passi lentissimi e le voci delle guide che cantavano per accompagnarci. Tutto trova posto in questo momento.

Intorno a noi lo spettacolo è mozzafiato. Da un lato i ghiacciai del Kilimanjaro, dall’altro l’ampio avvallamento del cratere; più lontano, il profilo del Meru e quello frastagliato del Mawenzi. Sono le montagne che abbiamo osservato durante il cammino, ma adesso le guardiamo dalla meta tanto attesa.
Scattiamo le fotografie di rito. È difficile raccogliere in un’immagine ciò che stiamo provando: la stanchezza è ancora tutta lì, ma insieme c’è la gioia incontenibile di esserci riusciti, senza che nessuno del gruppo abbia dovuto rinunciare.
Poi arriva il momento di scendere. La permanenza in vetta è breve; l’emozione, invece, ci accompagnerà molto più a lungo.
Il ritorno delle voci

Intorno alle undici siamo di nuovo al Barafu Camp. Pranziamo, ci concediamo un po’ di riposo, poi ripartiamo verso il Millennium Camp. Le gambe sono stanche, ma ora ogni passo ci riporta verso il basso. Ricompare la vegetazione: dapprima arbusti radi, poi eriche sempre più alte. Alle 15:30 raggiungiamo le tende, esausti e appagati.
L’ultima mattina ci aspettano circa diciassette chilometri fino al Mweka Gate. Rientriamo nella foresta equatoriale, tra il terreno umido, i richiami degli uccelli e le voci delle scimmie. Questa volta il cielo è aperto e possiamo godere della discesa senza la pioggia del primo giorno. Le prime gocce cadono soltanto alle undici, proprio mentre arriviamo al gate.
A Moshi festeggiamo con le guide e i portatori che ci hanno accompagnati. Non c’è più una tappa da preparare, né una sveglia notturna da aspettare. Possiamo sederci insieme e ripensare a quello che abbiamo vissuto.
Della vetta restano il paesaggio, le fotografie, la quota. Ma soprattutto restano quei primi istanti: il sollievo che diventa felicità, le lacrime, gli abbracci. Dopo una notte trascorsa a mettere un piede davanti all’altro, siamo arrivati insieme. È questa l’immagine che portiamo a casa.


